mercoledì 14 marzo 2012

Photojournalists are too many

Don't miss the work of the young italian photographer Ruben Salvadori, which developed the project Photojournalism behind the scenes, a documentary about the world of photojournalism seen from inside. 
Photo by Ruben Salvadori

Salvadori has observed the dynamics that develop between photographers working in war zones, talked about the exaggerated number of photographers in the areas of crisis, and noted that the work of the photojournalist may be deliberately misleading, as he may decide to tell a fictitious reality, a drama that does not exist, and a conflict far more bloody than it actually is.
Today, in fact, the information industry requires drama, even when there is none. It is a law which will not escape the photographers, who often transform the conflict into a spectacle.
Ruben Salvadori chose to photograph the backstage of a scene that is repeated every Friday in Silwan, a suburb of Jerusalem. Here the young Palestinians improvised roadblocks and dozens of photographers are ready to take pictures of them: they are depicted with covered faces and surrounded by smoke, and seem to be involved in violent clashes with Israeli soldiers. But often the reality is quite different.

Photo by Ruben Salvadori 

Salvadori said in the video presentation of his project that his goal is to ensure that the public develops a critical sense with regard to the hundreds of images which are fed every day, but also to reflect on the massive presence of photojournalists in places of conflict.


Ruben Salvadori is an Italian photographer of 23 years old. He studied international relationships and anthropology at Jerusalem. These photos were taken in May 2011 and are part of the project Photojournalism behind the scenes. 

The contents of this post have been freely taken from www.Internazionale.it
Photo by Ruben Salvadori 

Photo by Ruben Salvadori 

Photo by Ruben Salvadori 

Photo by Ruben Salvadori 

Photo by Ruben Salvadori 


martedì 13 marzo 2012

Quando i fotografi sono troppi


Da non perdere il lavoro del giovane fotografo italiano Ruben Salvadori, PHOTOJOURNALISM BEHIND THE SCENES [dietro le quinte], un documentario sul mondo del fotogiornalismo visto dall'interno.

Foto di Ruben Salvadori

Salvadori ha osservato le dinamiche che si sviluppano tra i fotografi che lavorano nelle zone di guerra, ha parlato del numero esagerato di fotografi nelle aree di crisi, e ha rilevato che il risultato del lavoro del fotoreporter può essere volutamente fuorviante, in quanto egli può decidere di raccontare una realtà fittizia, un dramma che non esiste, e un conflitto molto più cruento di quanto non sia in realtà. Oggi, infatti, l'industria dell'informazione richiede drammaticità, anche quando non ce n'è. Si tratta di una legge da cui i fotografi non possono sottrarsi, e spesso trasformano il conflitto in uno spettacolo.

Foto di Ruben Salvadori 



Ruben Salvadori ha scelto di fotografare il backstage di una scena che si ripete ogni venerdì a Silwan, un sobborgo di Gerusalemme. Qui i giovani palestinesi improvvisato posti di blocco e decine di fotografi sono pronti ad immortalarli: i ragazzi sono ritratti con il volto coperto e circondati dal fumo e sembrano essere coinvolti in scontri violenti con soldati israeliani. Ma spesso la realtà è ben diversa.
Nel video di presentazione del suo progetto Salvadori ha dichiarato che tra i suoi obiettivi vi è quello di sensibilizzare il pubblico, facendo in modo che sviluppi un senso critico rispetto alle centinaia di immagini che gli vengono rifilate tutti i giorni. Il suo lavoro ci porta infatti a riflettere su un fatto che la maggior parte della popolazione occidentale ignora: l'elevatissima presenza dei fotoreporter nei luoghi di conflitto.

Ruben Salvadori è un fotografo italiano di 23 anni. Ha studiato antropologia erelazioni internazionali a Gerusalemme. Queste foto sono state prese nel maggio2011 e fanno parte del progetto Photojournalism behind the scenes.

I contenuti di questo post sono stati liberamente tratti da Internazionale.it
Foto di Ruben Salvadori 


Foto di Ruben Salvadori 

Foto di Ruben Salvadori 

Foto di Ruben Salvadori 

Foto di Ruben Salvadori 

mercoledì 7 marzo 2012

When less is more - Pascal Felloneau

Prima che il 2011 finisse, sul blog di arte e fotografia Booooom è comparsa una galleria che conteneva le immagini dei migliori 75 fotografi in cui gli autori del sito si erano imbattuti nell'ultimo anno. Ho voluto indagare sull'autore della fotografia di sei cigni, tutti con la testa immersa nell'acqua scura. Volevo scoprire se quella foto fosse stata un momento di fortuna oppure se tutte le fotografie di Pascal Fellonneau fossero così incantevoli. 

Foto di Pascal Felloneau

L'artista francese, attraverso le sue fotografie, ci fa vedere il mondo con i suoi occhi: le composizioni sono minimali, semplicissime, i colori vividi. In una realtà fatta di oggetti e luoghi ordinari, ha il dono di saper sempre rintracciare e mostrare lo straordinario, il meraviglioso, il seducente.

Ho indagato ancora fino a scoprire un blog eccezionale che non conoscevo. Nopefun è un grande archivio di brevi interviste a fotografi, artisti e "geni in generale" curato esclusivamente dal (forse) cinese Lee Chang Ming. Qui ho trovato anche una pagina dedicata a Pascal Fellonneau e una breve intervista al fotografo.
Foto di Pascal Felloneau
nopefun: Da quanto tempo fotografi e come hai iniziato
Fellonneau: Ho iniziato a fotografare quando avevo sedici anni ma con lunghe pause. Ho ricominciato davvero a partire dal 2003 quando vivevo in Islanda.

Foto di Pascal Felloneau
nopefun : Qual è il significato della serie "The Farm"Che cosa significa per te?


Fellonneau: "The Farm" è un tentativo di documentare la casa dove ho trascorso gran parte della mia fanciullezza, alla fattoria dei miei nonni. Mi sono accorto che nel corso degli anni le cose stavano lentamente cambiando e  ho voluto tenere traccia di come erano quando ero un bambino, senza averne nostalgia. 
nopefun: Frutto preferito?
Fellonneau: Ciliegie
Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

martedì 6 marzo 2012

When less is more - Pascal Felloneau

Before 2011 ended, on Boooooom, a blog of art and photography, has appeared a gallery containing images of the 75 best photographers found by the authors of the site last year. I wanted to examine the author of the photograph of six swans, all with their heads plunged into the dark water. I wanted to know if that picture was a "lucky moment" or if all the pictures of Pascal Fellonneau were so beautiful.

Photo by Pascal Fellonneau 
Through his photographs, the French artist, makes us see the world through his eyes: the compositions are minimal, simple, bold colors. In a world made of ordinary objects and places, he always retrieve and display the extraordinary, the wonderful and seductive.
I discover a great blog that I didn't know. Nopefun is a large collection of short interviews with photographers, artists and "geniuses"cured only by the (perhaps) Chinese Lee Chang Ming. Here I found a page dedicated to Pascal Fellonneau and a brief interview with the photographer:
Photo by Pascal Fellonneau 
nopefun: How long have you been shooting and how did you start?
Pascal: I started shooting when I was sixteen but made several pauses with photography and really re-started in 2003 when I was living in Iceland.

nopefun: What is your series “The Farm” about? What does it mean to you?
Pascal: “The Farm” is an attempt to document the house where I spent most of my boyhood, my grandparents’ farm. As I saw that along the years things were slowly changing there I wanted to keep traces of how it was when I was a child but without nostalgia.

nopefun: Favorite fruit?
Pascal: Cherries

nopefun: Any new music to recommend?
Pascal: I listen mostly to old tunes and classical music, so it would be very hard to recommend new music, sorry for that.
Photo by Pascal Fellonneau 

Photo by Pascal Fellonneau from "The Farm" serie

Photo by Pascal Fellonneau 

Photo by Pascal Fellonneau 

Photo by Pascal Fellonneau 
Photo by Pascal Fellonneau


sabato 3 marzo 2012

WHO IS Stefano Pedretti - La distanza colmabile tra art direction e fotografia pubblicitaria

Da inconcludente cronico a free lance camaleontico. Stefano Pedretti passando prima per l'architettura, per la grafica e l'art direction approda alla fotografia con un bagaglio di esperienza visiva invidiabile. Oggi scatta le pubblicità dei maggiori brand italiani. Adora sporcarsi le mani, i lavori a "più teste" e a quattro mani. <<Non riesco a lavorare senza avere la passione per quello che faccio>>.
Foto diStefano Pedretti
Foto di Stefano Pedretti

















 
A che età hai preso in mano la macchina fotografica?
Tra la seconda e la terza media, da ragazzino, ma il costo dello sviluppo dei rullini era così alto che mi fece passare la voglia e abbandonai per qualche anno. Ho ripreso a fotografare quando hanno inventato le compatte. Sono così comode, potevi portarle in tasca. A volte penso che sia un paradosso che io sia diventato un fotografo perchè non ho quel tipo di background che accomuna i 'veri' fotografi e non ho mai passato molte ore in una camera oscura.

Foto di Stefano Pedretti
Il tuo percorso professionale è davvero variegato. Come sei saltato da un ruolo all'altro?
Sono iscritto alla facoltà Architettura dal 1994, quest'anno, per rendere ancora più movimentata la mia vita, ho deciso di laurearmi e per farlo devo 'solo' dedicarmi alla tesi. Ufficialmente ho lasciato l'università nel 1999, quando mi mancavano una decina di esami alla laurea. Ho continuato a dare qualche esame mentre lavoravo, fino ad oggi. Architettura è un corso di studi davvero interessante, peccato che sia contestualizzato nella pessima organizzazione de La Sapienza (vedi i dati a fondo pagina). In ogni caso durante gli anni dell'università ho conosciuto persone straordinarie, una classe di trenta studenti che passavano intere giornate insieme (la facoltà di Architettura prevede l'obbligo di frequenza) e che ora sono tutti architetti. E' stato con loro che il mio percorso professionale e di vita ha visto una prima deviazione: con un collega e amico dell'università ho iniziato a cimentarmi nella grafica e nell'art direction. 
 
 Ma l' art direction è uno sbocco professionale che un architetto può tenere in considerazione o è una branca troppo distante?
Bhè, è decisamente qualcosa di molto diverso. Io mi sono dato alla direzione artistica perchè come per un bambino che trova un giocattolo nuovo, la mia attenzione è stata catturata da questa 'nuova' disciplina. Ho scoperto la grafica, la comunicazione, ho iniziato a studiarle come autodidatta fino ad aprire uno studio con il mio amico dove svolgevamo lavori per privati e committenze medio-piccole. Dopo un anno come free lance sono stato assunto da Saatchi & Saatchi.
Foto di Stefano Pedretti (Stefano Pedretti è quello a destra)

Com'è stata l'esperienza da Saatchi & Saatchi?
Come un'altra università. Ho imparato come si lavora all'interno di una grande agenzia. L'esperienza è stata molto bella soprattutto perchè il team con cui lavoravo era fantastico.

Cosa ti piaceva del lavoro da art director in agenzia?
Mi piaceva sporcarmi le mani, giocare, gestire il processo creativo. Detestavo ricoprire ruoli manageriali perchè tutto questo non faceva più parte delle mie mansioni.

Foto di Stefano Pedretti
Da art director a fotografo. Come è successo?
Foto di Stefano Pedretti
 Il passaggio dall'architettura all' art direction è stato come quello successivo, dall'art direction alla fotografia. Sono materie diverse ma la distanza tra loro è colmabile. Non me la sento ancora di dire <<faccio il lavoro più bello del mondo>> ma sento che sto continuando il percorso professionale che mi porterà a fare quello che davvero mi piace. Per spiegare il mio modo di vivere e di sentire, in ambito professionale, uso sempre la similitudine di quando due persone si conoscono e si innamorano: nel primo periodo saranno iperattivi, iper-generosi, super-romantici, trasportati dalla passione e dalla curiosità. Poi inevitabilmente inizia un nuovo periodo in cui l'euforia finisce e, anche se tutto va bene, si inizia a sentire il peso delle cose e c'è bisogno di più impegno. Quando arrivo a questo punto vuol dire che mi sono stufato e che devo cambiare. Questo meccanismo mi appartiene fin dai tempi della scuola! Alla fine del quarto liceo ho mollato tutto e ho dato l'esame di maturità da privatista. Penso che quando si ha un obiettivo, la cosa più importante è ciò che si fa durante il percorso che ci avvicina a quell'obiettivo e penso anche che questa 'inconcludenza cronica' che mi accompagna da sempre sia il mio più grande motore: non riesco a lavorare senza avere la passione per quello che faccio.

Come ti vedi oggi?
Piuttosto bene, è nei periodi di crisi che l'ingegno delle persone dà il suoi migliori frutti e in cui si fondono discipline diverse per dare risultati nuovi. Non avrei mai potuto reggere psicologicamente questa recessione economica lavorando all'interno di un'agenzia. Come libero professionista, avendo diversi clienti e diverse collaborazioni, si respira di più.

Stefano Pedretti - sito web - linked in - facebook

Foto e elaborazione grafica di Stefano Pedretti

Foto di Stefano Pedretti
Foto di Stefano Pedretti

martedì 28 febbraio 2012

THE Yemeni Pietà - What do the Pietà of Michelangelo and the photo that won the World Press Photo 2012 have in common?

By now everyone knows. On February 10, were announced the winners of World Press Photo 2012, the 55th edition of the contest of photojournalism best known to the world. Here it is, the winning photograph, taken by the Catalan Samuel Aranda in Yemen for the New York Times, in a mosque set up a field hospital in the capital Sana'a.

All the blogs, articles and reviews on the subject think so: this shot is reminiscent of the Pietà by Michelangelo. Globalization makes
almost unimaginable things happen: a Spanish photojournalist has made in Yemen a strongly Catholic Western iconographic imagery, photographing a Muslim woman fully covered by the burqa holding the broken body of a young revolutionary Arab Spring .But this image highly representative of our age, this Pieta 2012, what really has in common with the original Pieta? With the one carved in marble by Michelangelo Buonarroti?
Photo by Samuel Aranda. Photos of the winning World Press Photo 2012.

It took three years to create the 'original' Pieta, from 1497 to 1499 [Source Wikipedia]. The marble for this work came from Carrara. It was a work order, the price was agreed for the sum of 450 ducats. The sculpture depicts the Virgin Mary holding the lifeless body of his son Jesus.

First, the point of view of both the authors, Aranda and Michelangelo, is the front with respect to the subjects.
It 's ironic that the women carved 500 years ago has the face and neck uncovered, that the shape of her breasts
is perceptible under her dress and she shows strong anatomical details, in contrast to the Yemeni woman of today who keeps his face hidden and whole body under a thick black cloth.
Pieta by Michelangelo
 

The folds of the robe of the Virgin Mary sculpted are very abundant and are designed to bring out by contrast the beauty of the naked body of Christ. Even in the Yemeni Pieta woman's dress seems to be done to highlight the nudity of the boy.

The carved lady is represented very young to symbolize she is immaculate and uncorrupted by any sin. To those who pointed out the extreme youth of the Virgin, Michelangelo explained "that chaste women remain much cooler that the unchaste."

Finally, note that the Christian lady observes the dying Jesus, just holding it, letting his body almost slipping on his knees while the Muslim woman, immortalized in fact, embraces the body of the boy holding it by the neck and wrist, listening his complaint holding his head on his shoulder, consoling.

Both works, although they represent a very sad scene, don't cry of pain, thet aren't heartbreaking, they are mute, motionless, calm, resigned.

LA PIETA' YEMENITA - Cosa hanno in comune la Pietà di Michelangelo e la foto che ha vinto il World Press Photo 2012

Ormai lo sanno tutti. Il 10 febbraio sono stati proclamati i vincitori del World Press Photo 2012, la 55esima edizione del contest di fotogiornalismo più conosciuto al mondo. Eccola qui, la fotografia vincitrice, quella scattata dal catalano Samuel Aranda in Yemen per il New York Times, in in una moschea allestita a ospedale da campo nella capitale Sana’a. 
Foto di Samuel Aranda. Foto vincitrice del World Press Photo 2012. “La foto ritrae un momento straziante e pieno di compassione, le conseguenze umane di un evento enorme,  ancora in corso”  ha commentato il presidente della giuria del World Press Photo 2012, Aidan Sullivan. 

Tutti i blog, gli articoli e le recensioni sull'argomento la pensano così: questo scatto richiama alla mente la Pietà di Michelangelo. La globalizzazione fa accadere cose ai limiti dell'immaginabile: un fotogiornalista spagnolo ha realizzato in Yemen un'immagine fortemente iconografica dell'immaginario cattolico-occidentale, fotografando una donna musulmana interamente coperta dal burqa che sorregge il corpo ferito di un giovane rivoluzionario della Primavera Araba.
Ma quest'immagine altamente rappresentativa della nostra epoca, questa Pietà 2012, cosa ha davvero in comune con la Pietà originale? Quella scolpita nel marmo da Michelangelo Buonarroti?
La Pietà di Michelangelo Buonarroti






































Per realizzare la Pietà 'originale' ci vollero tre anni, dal 1497 al 1499 [Fonte Wikipedia]. Il marmo per quest'opera fu fatto giungere da Carrara. Fu un'opera commissionata, il prezzo fu convenuto per la somma di 450 ducati. La scultura rappresenta la vergine Maria che tiene il corpo senza vita del figlio Gesù. 

Innanzitutto il punto di vista di entrambi gli autori, Aranda e Michelangelo, è frontale rispetto ai soggetti.
E' paradossale che la donna scolpita 500 anni fa abbia il viso e il collo scoperti, che la forma del suo seno sia percepibile sotto la veste e che complessivamente mostri forti particolari anatomici, al contrario della donna yemenita di oggi che tiene nascosti il volto e tutto il corpo sotto una spessa stoffa nera. 

Le pieghe della veste della madonna scolpita sono molto abbondanti ed hanno lo scopo di far risaltare, per contrasto, la bellezza del corpo nudo del Cristo. Anche nella Pietà yemenita l'abito della donna sembra sia fatto apposta per evidenziare la nudità del ragazzo.

La madonna scolpita viene rappresentata giovanissima per simboleggiare la sua immacolatezza non corrotta da alcun peccato. A chi gli faceva notare l'estrema giovinezza della Vergine rispetto al Cristo, Michelangelo spiegava "che le donne caste molto più fresche si mantengono che le non caste". 

Infine è da notare che la madonna cristiana osserva il Gesù morente, sostenendolo appena, lasciando che il suo corpo quasi scivoli sulle sue ginocchia mentre la donna musulmana, immortalata nella realtà, abbraccia il corpo del ragazzo tenendolo per il collo e per il polso, ascoltando il suo lamento tenendogli la testa sulla spalla, consolandolo.

Entrambe le opere, sebbene rappresentino una scena molto triste, non gridano dolore, non sono strazianti, sono mute, immobili, quiete, rassegnate.