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martedì 15 maggio 2012

IL FUTURO ERA DONNA - Harri Peccinotti

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Preferirei, miei cari lettori, portarvi sempre a conoscenza di un nuovo talento, di un fotografo contemporaneo dallo sguardo originale ma non ho potuto rimanere indifferente quando mi sono ritrovata d'avanti gli scatti 'grafici' di Harri Peccinotti. E' andata così: 3 anni or sono frequentavo una libreria di fotografia al civico 55 dello Scalo San Lorenzo a Roma dove per qualche tempo ha anche avuto sede il collettivo fotografico OnOff Picture. Lì seguivo un seminario sul reportage fotografico e quando arrivavo in anticipo alle lezioni mi fermavo a sfogliare i volumi in esposizione, centinaia di pagine e di immagini che sarebbero finite ad aleggiare nel mio subconscio fino ad oggi. Fu durante quello sfogliare rilassato che mi capitarono per la prima volta sotto gli occhi le immagini di Peccinotti: una teenager acqua e sapone che lecca un ghiacciolo rosa fucsia, un costume da bagno anni settanta che aderisce su un seno di ragazza, lasciandone intravedere il capezzolo turgido.

Foto di Harri Peccinotti

Qualche giorno fa, navigando nell'etere, mi sono imbattuta in un articolo sull'autore di quelle fotografie che non ho potuto non riconoscere: il fotografo e art director Peccinotti era raccontato su Musemagazine e così ho voluto ricostruire la sua vita e presentarvi il suo lavoro rivoluzionario, per l'epoca, ma che continua a influenzare l'immaginario collettivo della nostra generazione.
Foto di Harri Peccinotti
<<Amo la natura in tutte le sue forme. E le forme più belle, in questo mondo imperfetto, saranno sempre quelle delle donne>>. Così dichiarava apertamente Harri Peccinotti. Oggi, settantenne con lunga barba bianca, ieri, negli anni sessanta, fondatore e art director della rivista Nova, totalmente femminista e anticonformista. Londinese, nasce nel 1935, a 14 anni lascia gli studi per dedicarsi alla musica jazz con un trombone basso sotto braccio. Vira verso la fotografia commerciale realizzando copertine per libri e dischi fino a fondare ne 1965, con alcuni amici nel campo delle arti visive, una delle riviste più influenti degli anni Sessanta: Nova. In un periodo storico ancora pieno di tabù, in cui le riviste femminili insistevano sui temi della famiglia e della vita domestica, Peccinotti creò un magazine destinato alle donne A.A. "Above Average Income and Intelligence" (Reddito e Intelligenza superiori alla media).

Foto di Harri Peccinotti


















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La rivista trattava di filosofia, di sociologia, di politica, di femminismo e di libertà sessuale. La redazione era affollata di giornalisti baciati dal vento dell'emancipazione culturale, che sfornavano articoli provocatori e le immagini che venivano proposte su Nova raccontavano una donna che esercitava con disinvoltura il suo diritto alla libertà sessuale, attraverso un corpo imperfetto e proprio per questo terribilmente sexy. Per le fotografie non venivano mai utilizzate modelle professioniste ma donne normali, che si potevano incontrare per la strada o in ufficio e per la prima volta, donne di colore. <<Suonavo musica nei locali e sui palcoscenici c'era una multietnicità che è entrata in modo naturale nelle mie immagini>>, raccontava Peccinotti.
Con titoli di copertina come If you are a housewife (and bored by it), la sua rivista ha contribuito a sradicare le donne dalle cucine, dalle famiglie, dal focolare, dalle prigioni domestiche più asfissianti. Si racconta che una volta Harri Peccinotti comprò da un fotografo americano l’intera sequenza che ritraeva la moglie nell’atto di dare alla luce un bambino e la pubblicò. <<Abbiamo fatto sold out in dieci minuti>>, ricorda.
Harri ha lavorato come fotografo e come consulente fotografico per Elle, Vogue, Harper's Bazar, Flair, Vanity Fair, Rolling Stone, Queen e soprattutto per il settimanale francese Le Nouvel Observateur. La sua biografia è raccontata nel libro "H. P. Harri Peccinotti". 

Ad un osservatore di oggi le fotografie di Harri potrebbero sembrare scontate e banali, considerando il nauseabondo sovraccarico di immagini "sexy" a cui è sottoposto l'esemplare umano medio abitante della società occidentale. Tuttavia è stato lui a catturare per la prima volta su pellicola il lato sexy della vita di ogni giorno e la sensualità delle azioni quotidiane di ogni donna, reinventando completamente le allusioni al sesso e ribaltando l'immagine della donna casalinga e ubbidiente. Il suo stile è stato e rimarrà inconfondibile: scatti a distanza ravvicinata, intimi, grafici, composti a regola d'arte e naturali allo stesso tempo. <<Ho sempre fatto molti close up, perché penso che siano grafici, è come avvicinarsi. È l’aspetto grafico dell’immagine che la rende erotica, non il contrario>> diceva Peccinotti commentando il suo lavoro.


Le fonti di questo articolo: showstudio - musemagazine - ilSole24Ore

Foto di Harri Peccinotti























 Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti





venerdì 23 marzo 2012

Il filo sottile di ogni storia

All'ultimo festival di Perpignan, l'appuntamento internazionale sul fotogiornalismo, davanti alla sua postazione c'era la coda: fotografi di tutto il mondo con il loro book o il loro MacBook Air tra le mani per mostrarle il loro portfolio. Marie-Pierre Subtil ha capito in quel momento che 6 Mois, la rivista che ha fondato e che dirige, <<è diventata un punto di riferimento per il fotogiornalismo mondiale>>.
Foto di Alessandra Sanguinetti

6 Mois è un'idea che è nata e si è sviluppata in fretta. La redazione sta tutta in due stanze luminose del palazzo della casa editrice Les Arènes, in Rue Jacob a Parigi. Tre giovani giornaliste e Marie-Pierre Subtil (Editor in Chief) montano da sole ogni numero.
Copertina del III numero del semestrale 6Mois nelle librerie dal 13 marzo 2012
<<Anche per questo 6 Mois è una rivista semestrale. Abbiamo bisogno di tempo per fare le cose con cura artigianale>> dice la redattrice capo. Il primo numero è uscito un anno fa e gli abbonamenti sono già esplosi, in Francia e all'estero. Un numero ogni sei mesi, 350 pagine, 100 fotografie, nessuna pubblicità (incredibile, ripeto: nessuna pubblicità!), una media di 40 mila copie vendute e un numero crescente di abbonamenti in tutto il mondo, Italia compresa. 6 Mois è nato nella primavera del 2011, tra le risate degli addetti ai lavori che ripetevano: il fotogiornalismo è morto... ma siete matti.. La prima tiratura è andata subito esaurita e si è ristampato rapidamente. Dal 13 marzo è nelle librerie il terzo numero. L'Africa è il tema di copertina. I testi sono ancora solo in francese [anche se gli editori stanno lavorando a degli accordi di coedizione con editori locali nelle principali lingue] però niente della rivista parla della Francia e il mix di fotografi è davvero internazionale se si guarda ai nomi degli autori del secondo numero: un danese, un francese, un inglese, uno svedese, un americano, un cinese, un argentino e due fotografe italiane [Alessandra Sanguinetti e Roberta Valerio
Foto di Vivian Maier

Marie spiega l'idea che è alla base del magazine: << Siamo in piena post-mondializzazione. In pieno post-Internet. Su internet ci sono ogni giorno miliardi di nuove immagini di ogni genere e forma. La nostra rivista prende il tempo di fare una selezione tra le migliaia di fotografie prodotte, di riordinarle e di organizzarle in una forma che racconti una storia. I lettori hanno capito che questo serve>>. 
Marie-Pierre Subtil  
Marie spiega anche che sceglie le fotografie e le 'storie' da pubblicare in base a un criterio molto soggettivo: <<Se mi colpiscono, se mi toccano, toccheranno anche gli altri>>. Ogni foto è montata come in un racconto e accompagnata da lunghe didascalie che vengono scritte a seguito di un intenso dialogo con il fotografo che le ha scattate. <<Predirigo le fotografie che nascono da un progetto personale dell'autore e che richiedono tempo e passione. Non ci interessano le foto scoop isolate>>. Per le domande che nascono nella letura c'è l'articolo che segue ogni reportage. Poi esiste la formula della FotoBiografia o Il Mondo di dedicato all'immaginario di un fotografo.
6 Mois esce a marzo e a ottobre, costa 25 euro. Per me ne vale la pena. 

Foto di Vivian Maier

Foto di Alessandra Sanguinetti

martedì 28 febbraio 2012

LA PIETA' YEMENITA - Cosa hanno in comune la Pietà di Michelangelo e la foto che ha vinto il World Press Photo 2012

Ormai lo sanno tutti. Il 10 febbraio sono stati proclamati i vincitori del World Press Photo 2012, la 55esima edizione del contest di fotogiornalismo più conosciuto al mondo. Eccola qui, la fotografia vincitrice, quella scattata dal catalano Samuel Aranda in Yemen per il New York Times, in in una moschea allestita a ospedale da campo nella capitale Sana’a. 
Foto di Samuel Aranda. Foto vincitrice del World Press Photo 2012. “La foto ritrae un momento straziante e pieno di compassione, le conseguenze umane di un evento enorme,  ancora in corso”  ha commentato il presidente della giuria del World Press Photo 2012, Aidan Sullivan. 

Tutti i blog, gli articoli e le recensioni sull'argomento la pensano così: questo scatto richiama alla mente la Pietà di Michelangelo. La globalizzazione fa accadere cose ai limiti dell'immaginabile: un fotogiornalista spagnolo ha realizzato in Yemen un'immagine fortemente iconografica dell'immaginario cattolico-occidentale, fotografando una donna musulmana interamente coperta dal burqa che sorregge il corpo ferito di un giovane rivoluzionario della Primavera Araba.
Ma quest'immagine altamente rappresentativa della nostra epoca, questa Pietà 2012, cosa ha davvero in comune con la Pietà originale? Quella scolpita nel marmo da Michelangelo Buonarroti?
La Pietà di Michelangelo Buonarroti






































Per realizzare la Pietà 'originale' ci vollero tre anni, dal 1497 al 1499 [Fonte Wikipedia]. Il marmo per quest'opera fu fatto giungere da Carrara. Fu un'opera commissionata, il prezzo fu convenuto per la somma di 450 ducati. La scultura rappresenta la vergine Maria che tiene il corpo senza vita del figlio Gesù. 

Innanzitutto il punto di vista di entrambi gli autori, Aranda e Michelangelo, è frontale rispetto ai soggetti.
E' paradossale che la donna scolpita 500 anni fa abbia il viso e il collo scoperti, che la forma del suo seno sia percepibile sotto la veste e che complessivamente mostri forti particolari anatomici, al contrario della donna yemenita di oggi che tiene nascosti il volto e tutto il corpo sotto una spessa stoffa nera. 

Le pieghe della veste della madonna scolpita sono molto abbondanti ed hanno lo scopo di far risaltare, per contrasto, la bellezza del corpo nudo del Cristo. Anche nella Pietà yemenita l'abito della donna sembra sia fatto apposta per evidenziare la nudità del ragazzo.

La madonna scolpita viene rappresentata giovanissima per simboleggiare la sua immacolatezza non corrotta da alcun peccato. A chi gli faceva notare l'estrema giovinezza della Vergine rispetto al Cristo, Michelangelo spiegava "che le donne caste molto più fresche si mantengono che le non caste". 

Infine è da notare che la madonna cristiana osserva il Gesù morente, sostenendolo appena, lasciando che il suo corpo quasi scivoli sulle sue ginocchia mentre la donna musulmana, immortalata nella realtà, abbraccia il corpo del ragazzo tenendolo per il collo e per il polso, ascoltando il suo lamento tenendogli la testa sulla spalla, consolandolo.

Entrambe le opere, sebbene rappresentino una scena molto triste, non gridano dolore, non sono strazianti, sono mute, immobili, quiete, rassegnate.

giovedì 2 febbraio 2012

WHO IS Arianna Rinaldo - Freelance Photo Editor and Curator

Arianna Rinaldo
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Ha cambiato paese, continente, città e lavoro, <<senza mai fossilizzarmi in una posizione>>, ed è vero. Un’unica bussola, la fotografia. Arianna Rinaldo ci racconta il suo variegato (ma coerente) percorso professionale, passando dalla Magnum di New York alla redazione di D di Repubblica, fino a Barcellona, alla direzione del trimestrale OjodePez dedicato alla fotografia documentaristica. <<Il mio lavoro? Una sfida e un privilegio allo stesso tempo>>.  




Foto di William Eggleston
Quanti anni hai? Barra una casella: da 25 a 30, da 30 a 35, da 35 a 40, da 40 a 45.
40 e ½.
Ci racconti brevemente la tua esperienza come Archive Director presso Magnum Photos a New York? 
Foto di Zed Nelson
Dopo uno stage di 3 mesi alla Magnum, mi richiamarono per affiancare la Direttrice dell'Archivio. Dopo pochi mesi, presi il suo posto (lei diventò Bureau Chief). Il mio compito era (in epoca ancora analogica, agli albori del mondo variegato di internet) mantenere ordinato e fluido, efficace e efficiente l'archivio fotografico della prima agenzia fotogiornalistica. Il sistema, super organizzato e testato da anni, era garantito da un folto gruppo di stagisti, gran lavoratori! Uno dei miei stagisti di allora, più di dieci anni fa, è ora il Direttore dell'Archivio. 

In Italia il ruolo di photoeditor è ancora poco conosciuto rispetto al resto d'Europa e rispetto agli USA. Quando hai capito che sarebbe stato il tuo obiettivo professionale?
Foto di Mitch Epstein
Per fortuna è un ruolo che ormai esiste quasi in tutte le testate, anche se non sempre è rispettato. Il mio approccio con il photo-editing vero e proprio è iniziato dopo l'esperienza alla Magnum. Quando mi chiamarono alla rivista COLORS, il mio ruolo era quello di scovare e assegnare fotografi internazionali: una sfida e un privilegio allo stesso tempo. 


Dal tuo curriculum su linkedin il tuo percorso professionale sembra molto coerente. E' così? Quanto è contato per te il caso e quanto i progetti a tavolino?
Foto di Mitch Epstein
Oddio, in realtà io nasco come sinologa, e sono arrivata alla fotografia per passione, ma non con una formazione scolastica specifica. Diciamo che mi sono formata sul campo. Il percorso non è stato casuale, ma sicuramente è stato perseguito con costanza e perseveranza, spesso cambiando paese, continente, città e lavoro. Senza mai fermarmi o fossilizzarmi in una posizione. 

Raccontaci: un'occasione che rimpiangi di aver perso e una che sai di aver colto con tempismo.
Non ho rimpianti. Ma ho sempre preso delle decisioni con lentezza, con meditazione. Mai a bruciapelo.

Foto di Giovanni Troilo
Una particolarità molto apprezzabile di OjodePez è il cambio del photoeditor e del tema ad ogni numero. Come è nata quest'idea? La scelta del photoeditor è tua? Come avviene? 
L'idea originale di OjodePez viene dal fondatore della rivista: Frank Kalero. Io vorrei mantenerla perché è proprio ciò che rende la rivista particolare. Sì, sono io da 3 anni che come direttore scelgo l'ospite! Cerco sempre di variare tipologia di photo editor e location geografica.

Sei alla guida di una rivista di grande tendenza. Hai una prossima tappa da raggiungere o ti consideri "arrivata"?
Non sei aggiornata sui miei prossimi passi ...

Foto di Giovanni Troilo
Foto di Joel Tettamanti
OjodePez è una pubblicazione trimestrale. E' un lavoro a tempo pieno o ti lascia spazio per dedicarti ad altri progetti professionali? Ti dà da vivere? 
Fino a fine Dicembre (e da 4 anni) sono stata photo editor di D, il supplemento di Repubblica. OjodePez è sempre stato un lavoro extra (notturno e dei fine settimana). Per anni è stato a titolo gratuito, pura passione. Ora godo di una piccola entrata anche da OjodePez. Da solo non mi dà da vivere, no. 

Fotografi mai?
Certo.

Esiste una rosa dei tuoi fotografi preferiti?
Cambia in continuazione. In questo momento adoro: Eggleston, Mitch Epstein, Christian Lutz, Zed Nelson, Giovanni Troilo e Joel Tettamanti.

Se non fossi stata photoeditor, in quale altra professione ti sentiresti riconosciuta?
Insegnante di Yoga (lo sono).

C'è qualcosa che odi del tuo lavoro?
Foto di Joel Tettamanti
No. A volte strozzerei i fotografi. A volte vorrei che non coinvolgesse ogni minuto della mia vita. 

Con chi ti piacerebbe lavorare con cui non hai ancora lavorato?
C'ho pensato per ore. Lista troppo lunga. 

Se io ti regalassi un biglietto d'aereo per qualsiasi destinazione e due settimane di ferie, dove andresti subito? (e perchè?)
Polinesia. Silenzio e sconnessione. Oppure Australia: libertà. Però per un mese minimo.

Un libro che non può mancare sugli scaffali di un photoeditor.
Oggi: Alec Soth "From here to there". 
Domani?

Non si può fotografare qualcosa che non esiste. Oppure si può? Quale delle due visioni preferisci?
Yes we can.

Il tuo bar preferito di Barcellona. Il tuo bar preferito di Venezia. Il tuo bar preferito di Milano.
Quel chiringuito là. Bar Rosso in campo Santa Margherita. Santeria.
Foto di Jan Càga, vincitore del premio PHE OjodePez 2011


giovedì 19 gennaio 2012

LA FOTOGRAFIA NON MUORE MAI... E IL FOTOGRAFO? Parlano: OnOff Picture, GRIN Photoeditors e Tau Visual @Officine Fotografiche

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Foto di Joel Meyerowitz
Non sono in molti in Italia a dar vita ad incontri dedicati al mondo della fotografia. A Roma, le dita di una mano sono più che sufficienti per contare le poche associazioni culturali, i collettivi e le istituzioni museali che danno un significativo contributo alla promozione e alla divulgazione della cultura fotografica e di ciò si muove intorno ad essa. Non ho perso tempo infatti quando ho letto che Officine Fotografiche avrebbe organizzato 5 giorni di tavole rotonde, corsi e workshop sulla fotografia, di cui solo due completamente gratuiti. Proprio ieri si è svolto un dibattito sulla fotografia nell'era della crisi. Ciò che è emerso immediatamente, anche se non è stato affermato in modo chiaro, è che la fotografia e soprattutto il mestiere di fotografo sono in crisi di per se stessi e lo sarebbero, anche in un periodo florido per l'economia. Ma andiamo con ordine. Ha moderato il dibattito Angelo Cucchetto, dal fortissimo accento milanese, detentore di diversi blog tra cui photographers.it. Alcuni ospiti erano stati invitati a intervenire: Roberto Tomesani,  Coordinatore Generale dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti - TAU Visual, di cui è anche il fondatore (vi invito, miei cari lettori, a visitare il suo sito web e a guardare i suoi video 'didattici' su youtube, per elaborare un vostro giudizio sulla qualità di entrambi, giacchè l'Associazione di cui è a capo si pone come rappresentativa della categoria dei fotografi). Fortunatamente tra gli ospiti vi erano anche  Mariateresa Cerretelli, direttice del Gruppo Redattori Iconografici Nazionale GRIN (ovvero dei photoeditor italiani) e  photoeditor di Class; Pietro Vertamy e Alessandro Toscano, direttori dell'agenzia fotografica OnOff Picturespecializzata in fotogiornalismo e reportage.

Foto di Richard Avedon

Tomesani ha aperto la discussione senza affermare niente di nuovo, lanciando sulla platea pillole di immotivato ottimismo e consigli liberamente ispirati a libri di autoaiuto nell'imprenditoria (vedi Personal Branding oppure Scopri il leader che c'è in te). "Non è più tempo di specializzarsi in un unico settore fotografico, bisogna imparare a realizzare diversi tipi di fotografia ma continuare ad essere percipiti dai clienti come fotografi altamente specializzati in un determinato campo". Tomesani ha addirittura affermato che bisognerebbe costruirsi fino a 3 o 4 siti web, per esempio, uno come fotografo di interni d'albergo, uno come fotografo di matrimoni, uno per gli still life e così all'infinito. Il direttore di Tau Visual ha costruito queste tesi illuminanti basandosi sulle numerose statistiche che l'Associazione ha raccolto. Ha inoltre affermato: "Oggi riuscire a scattare fotografie emozionanti e tecnicamente buone è un'arte diffusa come saper usare il pacchetto Office. Come può fare un fotografo a distinguersi rispetto agli altri? Con la sovrapposizione di competenze, ovvero attraverso una combinazione sinergica di diverse abilità. Dunque la fotografia non deve essere l'unico amore della vostra vita".

Foto di Joel Meyerowitz
Mariateresa Cerretelli, come photoeditor, ha condiviso con il pubblico un punto di vista differente. "La copertina è rimasta l'unica produzione (fotografica) di un magazine mentre tutte le fotografie che appaiono nelle altre pagine della rivista provengono dai grandi archivi e dai database come quello di Getty Images o Corbis invece di essere  commissionate ad un fotografo, come avveniva fino a dieci anni fa". Rispondendo ad una domanda del moderatore ha spiegato che riceve moltissime candidature di fotografi e che tende a prediligere chi usa un approccio diretto (telefono e non mail) e chi si mostra preparato sullo stile e sugli argomenti trattati dal magazine. Secondo Mariateresa costituisce un plusvalore per un fotografo il fatto di proporre ad un photoeditor un progetto nato attraverso una collaborazione spontanea con un giornalista. In questo modo il fotografo vende un pacchetto costituito da un'idea nuova, una parte scritta e un servizio fotografico. Infine ha ricordato che ciò che interessa più di ogni altra cosa ad un photoeditor è il cosiddetto  portfolio dei progetti e non il portfolio commerciale, perchè nel primo è visibile lo stile del fotografo ad un livello più puro, grezzo e originale.
Foto di Richard Avedon
Si può dire infatti che si sia completamente stravolto il significato del 'lavoro su committenza'.  Il giornale raramente commissiona ad un fotografo un servizio su un determinato argomento, piuttosto è il giornale ad acquistare dal fotografo un'idea originale partorita da quest'ultimo, che poi dovrà portare avanti per il giornale. 

I due giovani direttori dell'Agenzia OnOff PicturePietro Vertamy e Alessandro Toscano, hanno confermato questa tendenza sempre più marcata. "E' il fotografo a proporre temi e possibili sviluppi alle redazioni, a interrogarsi su quali argomenti interessino quali magazine, perchè una storia è adatta solo ad alcune riviste, sia in Italia sia all'estero. Non è difficile individuare cosa è adatto a chi, è importante sfogliare, guardare e osservare molti magazine. In questo periodo di crisi e pessimismo lavorano molto i fotografi che riescono a dare un taglio ironico ai loro scatti". Il ragazzi di OnOff hanno raccontato di come sia possibile dar vita ad un collettivo fotografico ("Sono fondamentali affinità elettive e caratteriali, come i ragazzi di TerraProject che erano compagni di scuola") e di come l'abbiano poi trasformato in una vera e propria agenzia, ponendosi come mediatori tra i fotografi e le redazioni dei giornali.
Foto di Joel Meyerowitz
I rappresentanti del collettivo hanno voluto porre l'attenzione anche su altri aspetti: la figura del fotografo oggi vive una fase di crisi anche per alcune carenze che spesso porta con sè. Il fotogiornalista era e dovrebbe continuare ad essere prima di tutto un giornalista: aggiornato sull'attualità, in grado di seguire nel tempo un argomento e di sviscerarne i dettagli e gli sviluppi, deve saper scrivere e parlare con una certa abilità per saper presentare il suo lavoro e in generale per riuscire a comunicare efficacemente con il cliente. "Non bisogna mai dimenticare che fotografare è prima di tutto un mezzo per poter dire qualcosa" ha detto Alessandro Toscano, "quando una fotografia non ha niente da dire si vede, subito".


*Il collettivo OnOff Picture, con il progetto Migrant Workers Journey, sviluppato insieme a Prospekt Photographers sarà in mostra da oggi alla Galleria San Fedele di Milano.

giovedì 12 gennaio 2012

WHO IS Daria Scolamacchia - Photoeditor @ Io Donna

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Foto di Albert&Verzone.
 Ha solo trent'anni, una passione vibrante per il suo lavoro e un curriculum mozzafiato ma ancora in molti le chiedono cosa faccia esattamente. Daria Scolamacchia, assistente photoeditor e ricercatrice iconografica nella redazione fotografica di Io Donna del Corriere della Sera, ci racconta la sua professione, "la fusione perfetta di giornalismo e fotografia". 

- Quanti anni hai? Barra una casella: da 25 a 30, da 30 a 35, 35 e 40.
 Ho trent'anni.
- In Italia il ruolo di photoeditor è poco conosciuto. Quando hai capito che sarebbe stato il tuo obiettivo professionale?
Quando ero all'università non avevo le idee chiare sul mio futuro, sapevo che mi sarebbe piaciuto lavorare col cinema, la fotografia ed il giornalismo. Guardavo -e lo faccio tuttora- una quantità considerevole di film e scattavo foto da autodidatta. All'inizio credevo di voler fare la fotografa, poi però ho capito che la fotografia era una sfera troppo intima della mia vita, le mie foto erano mie e basta. Dopo la laurea ho fatto un lungo viaggio in America e, tornata a Roma, ho cominciato il mio stage presso AP Photos.
 L'idea era di cominciare un percorso da photoreporter, ma stando in redazione ho scoperto che c'era il pre e il post di una fotografia: il lavoro di editing significava non solo individuazione di temi e soggetti "da coprire", ma anche selezione degli scatti più significativi, non necessariamente i migliori. Subito dopo è stata la volta di APTN, la redazione televisiva di AP, dove, ancora stagista, lavoravo come "producer", nell'accezione americana del termine: andavo in giro con un cameraman a seguire gli eventi più importanti del giorno, facevo interviste che sbobinavo e montavo in redazione, le mandavo nell'etere. Ero ancora lì quando sono stata chiamata a lavorare per l'agenzia Contrasto - dove avevo fatto uno stage qualche mese prima.

Foto di Joel Meyerowitz
Foto di Juan Manuel Castro Prieto
Come responsabile dell'International desk mi occupavo di produzione e di distribuzione dei servizi realizzati, dovevo sottoporre le nostre produzioni a varie testate internazionali. Ho imparato come si costruisce un lavoro fotografico, cosa lo rende "notiziabile" e vendibile, cosa proporre a chi. E' stato un percorso ricco e molto utile per comprendere il lavoro di un fotografo e quanto sia importante l'attività redazionale che lo precede. Poi sono arrivata a Io donna, ed è stato come passare dall'altra parte, dalla parte del cliente. In questo l'esperienza in produzione si è rivelata molto proficua: sapevo cosa chiedere e conoscevo i tempi ed i costi per la realizzazione di un servizio. 



Foto di James Nachtwey

A Io donna non mi occupo solo di ricerca iconografica: nella redazione fotografica gestiamo anche grosse produzioni per le cover del giornale (spesso si tratta di celebrities che vanno fotografate, a meno che non si acquistino "set" già esistenti) e lavori da commissionare ai fotografi, sia reportage che ritratti di personaggi da intervistare. Per questo è importante conoscere quanti più fotografi è possibile, sapere come lavorano e che tipo di sguardo hanno. Avere un'idea il più esatta possibile del risultato che si vuole ottenere, affidarla ad un professionista in grado di darle forma.
In questi anni ho capito che il mio lavoro mi piace perchè è una fusione perfetta di giornalismo e fotografia. 
     
Foto di Joel Meyerowitz
- Dal tuo curriculum su linkedin il tuo percorso professionale sembra molto coerente (Associated Press, The Guardian, Contrasto). E' così? Quanto è contato per te il caso e quanto i progetti a tavolino?
Il caso conta sempre, ma spesso lo costruiamo senza accorgercene. Io ho seguito un percorso molto coerente in maniera naturale, quasi fossero gli eventi a determinarlo, ed ora ho una professionalità piuttosto specifica, per cui a volte penso che non potrei fare altro...

Foto di Juan Manuel Castro Prieto
- Sei fotografa?
Mi piace fotografare ma non sono una fotografa, credo anzi che le due attività spesso stridano: quando fotografi c'è sempre il rischio che ti affezioni ai tuoi scatti; per un buon editing è necessario il distacco, lo sguardo lucido, che non esclude necessariamente un coinvolgimento empatico.

- Quali sono i nomi che compongono la rosa dei tuoi fotografi preferiti? (ne bastano 4.. se non vuoi dircene di più)
Foto di Francesca Woodman
Ce ne sono moltissimi, ma tra i primi ci sono sicuramente James Nachtwey, Diane Arbus, Francesca Woodman, Joel Meyerowitz, Juan Manuel Castro Prieto, Michael Akerman, JR, Richard Avedon, Massimo Vitali e in generale mi piacciono i fotografi che hanno uno sguardo "divertito" sulla realtà, come Lars Tunbjörk.

- Se non fossi stata photoeditor, in quale altra professione ti sentiresti riconosciuta?
Probabilmente avrei provato ad occuparmi di critica cinematografica.

Foto di Michael Akerman
- Dal mondo del fotogiornalismo a quello della moda e del lifestyle di Io Donna del Corriere della Sera. Perchè questo cambiamento?
Io lavoro nella redazione attualità di Io donna, che è distinta dalla redazione Moda. Quindi continuo ad occuparmi di attualità e fotografia documentaria pur lavorando in un femminile.
- Cosa ami e cosa odi del tuo lavoro?
Amo la possibilità di avere sempre notizie fresche, di avere il mondo a portata di mano. Odio la sedentarietà ed il fatto di vivere davanti al computer.

- Con chi ti piacerebbe lavorare con cui non hai ancora lavorato? 
Mi piacerebbe far parte della giuria di un premio fotografico e confrontarmi con persone che fanno il mio stesso lavoro.

- Se io ti regalassi un biglietto d'aereo per qualsiasi destinazione e due settimane di ferie, dove andresti subito? (e perchè?)
New York è sempre il mio film preferito, ma vorrei andare a Buenos Aires, non ci sono mai stata e sento racconti di un fermento importante e altamente creativo.

- Un libro che non può mancare sugli scaffali di un photoeditor.
"Sulla fotografia" di Susan Sontag, ma anche "Get the picture" di John G. Morris.

- Non si può fotografare qualcosa che non esiste. Oppure si può? Quale delle due visioni preferisci? 
La seconda. 


Foto di James Nachtwey


Foto di Massimo Vitali