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mercoledì 7 marzo 2012

When less is more - Pascal Felloneau

Prima che il 2011 finisse, sul blog di arte e fotografia Booooom è comparsa una galleria che conteneva le immagini dei migliori 75 fotografi in cui gli autori del sito si erano imbattuti nell'ultimo anno. Ho voluto indagare sull'autore della fotografia di sei cigni, tutti con la testa immersa nell'acqua scura. Volevo scoprire se quella foto fosse stata un momento di fortuna oppure se tutte le fotografie di Pascal Fellonneau fossero così incantevoli. 

Foto di Pascal Felloneau

L'artista francese, attraverso le sue fotografie, ci fa vedere il mondo con i suoi occhi: le composizioni sono minimali, semplicissime, i colori vividi. In una realtà fatta di oggetti e luoghi ordinari, ha il dono di saper sempre rintracciare e mostrare lo straordinario, il meraviglioso, il seducente.

Ho indagato ancora fino a scoprire un blog eccezionale che non conoscevo. Nopefun è un grande archivio di brevi interviste a fotografi, artisti e "geni in generale" curato esclusivamente dal (forse) cinese Lee Chang Ming. Qui ho trovato anche una pagina dedicata a Pascal Fellonneau e una breve intervista al fotografo.
Foto di Pascal Felloneau
nopefun: Da quanto tempo fotografi e come hai iniziato
Fellonneau: Ho iniziato a fotografare quando avevo sedici anni ma con lunghe pause. Ho ricominciato davvero a partire dal 2003 quando vivevo in Islanda.

Foto di Pascal Felloneau
nopefun : Qual è il significato della serie "The Farm"Che cosa significa per te?


Fellonneau: "The Farm" è un tentativo di documentare la casa dove ho trascorso gran parte della mia fanciullezza, alla fattoria dei miei nonni. Mi sono accorto che nel corso degli anni le cose stavano lentamente cambiando e  ho voluto tenere traccia di come erano quando ero un bambino, senza averne nostalgia. 
nopefun: Frutto preferito?
Fellonneau: Ciliegie
Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

Foto di Pascal Felloneau

sabato 3 marzo 2012

WHO IS Stefano Pedretti - La distanza colmabile tra art direction e fotografia pubblicitaria

Da inconcludente cronico a free lance camaleontico. Stefano Pedretti passando prima per l'architettura, per la grafica e l'art direction approda alla fotografia con un bagaglio di esperienza visiva invidiabile. Oggi scatta le pubblicità dei maggiori brand italiani. Adora sporcarsi le mani, i lavori a "più teste" e a quattro mani. <<Non riesco a lavorare senza avere la passione per quello che faccio>>.
Foto diStefano Pedretti
Foto di Stefano Pedretti

















 
A che età hai preso in mano la macchina fotografica?
Tra la seconda e la terza media, da ragazzino, ma il costo dello sviluppo dei rullini era così alto che mi fece passare la voglia e abbandonai per qualche anno. Ho ripreso a fotografare quando hanno inventato le compatte. Sono così comode, potevi portarle in tasca. A volte penso che sia un paradosso che io sia diventato un fotografo perchè non ho quel tipo di background che accomuna i 'veri' fotografi e non ho mai passato molte ore in una camera oscura.

Foto di Stefano Pedretti
Il tuo percorso professionale è davvero variegato. Come sei saltato da un ruolo all'altro?
Sono iscritto alla facoltà Architettura dal 1994, quest'anno, per rendere ancora più movimentata la mia vita, ho deciso di laurearmi e per farlo devo 'solo' dedicarmi alla tesi. Ufficialmente ho lasciato l'università nel 1999, quando mi mancavano una decina di esami alla laurea. Ho continuato a dare qualche esame mentre lavoravo, fino ad oggi. Architettura è un corso di studi davvero interessante, peccato che sia contestualizzato nella pessima organizzazione de La Sapienza (vedi i dati a fondo pagina). In ogni caso durante gli anni dell'università ho conosciuto persone straordinarie, una classe di trenta studenti che passavano intere giornate insieme (la facoltà di Architettura prevede l'obbligo di frequenza) e che ora sono tutti architetti. E' stato con loro che il mio percorso professionale e di vita ha visto una prima deviazione: con un collega e amico dell'università ho iniziato a cimentarmi nella grafica e nell'art direction. 
 
 Ma l' art direction è uno sbocco professionale che un architetto può tenere in considerazione o è una branca troppo distante?
Bhè, è decisamente qualcosa di molto diverso. Io mi sono dato alla direzione artistica perchè come per un bambino che trova un giocattolo nuovo, la mia attenzione è stata catturata da questa 'nuova' disciplina. Ho scoperto la grafica, la comunicazione, ho iniziato a studiarle come autodidatta fino ad aprire uno studio con il mio amico dove svolgevamo lavori per privati e committenze medio-piccole. Dopo un anno come free lance sono stato assunto da Saatchi & Saatchi.
Foto di Stefano Pedretti (Stefano Pedretti è quello a destra)

Com'è stata l'esperienza da Saatchi & Saatchi?
Come un'altra università. Ho imparato come si lavora all'interno di una grande agenzia. L'esperienza è stata molto bella soprattutto perchè il team con cui lavoravo era fantastico.

Cosa ti piaceva del lavoro da art director in agenzia?
Mi piaceva sporcarmi le mani, giocare, gestire il processo creativo. Detestavo ricoprire ruoli manageriali perchè tutto questo non faceva più parte delle mie mansioni.

Foto di Stefano Pedretti
Da art director a fotografo. Come è successo?
Foto di Stefano Pedretti
 Il passaggio dall'architettura all' art direction è stato come quello successivo, dall'art direction alla fotografia. Sono materie diverse ma la distanza tra loro è colmabile. Non me la sento ancora di dire <<faccio il lavoro più bello del mondo>> ma sento che sto continuando il percorso professionale che mi porterà a fare quello che davvero mi piace. Per spiegare il mio modo di vivere e di sentire, in ambito professionale, uso sempre la similitudine di quando due persone si conoscono e si innamorano: nel primo periodo saranno iperattivi, iper-generosi, super-romantici, trasportati dalla passione e dalla curiosità. Poi inevitabilmente inizia un nuovo periodo in cui l'euforia finisce e, anche se tutto va bene, si inizia a sentire il peso delle cose e c'è bisogno di più impegno. Quando arrivo a questo punto vuol dire che mi sono stufato e che devo cambiare. Questo meccanismo mi appartiene fin dai tempi della scuola! Alla fine del quarto liceo ho mollato tutto e ho dato l'esame di maturità da privatista. Penso che quando si ha un obiettivo, la cosa più importante è ciò che si fa durante il percorso che ci avvicina a quell'obiettivo e penso anche che questa 'inconcludenza cronica' che mi accompagna da sempre sia il mio più grande motore: non riesco a lavorare senza avere la passione per quello che faccio.

Come ti vedi oggi?
Piuttosto bene, è nei periodi di crisi che l'ingegno delle persone dà il suoi migliori frutti e in cui si fondono discipline diverse per dare risultati nuovi. Non avrei mai potuto reggere psicologicamente questa recessione economica lavorando all'interno di un'agenzia. Come libero professionista, avendo diversi clienti e diverse collaborazioni, si respira di più.

Stefano Pedretti - sito web - linked in - facebook

Foto e elaborazione grafica di Stefano Pedretti

Foto di Stefano Pedretti
Foto di Stefano Pedretti

martedì 24 gennaio 2012

Vedi Roma, New York, Parigi, Berlino.. e poi muori. WHO IS Hugues Roussel - il fotografo della città

(La corretta visualizzazione di questo blog è con Google Chrome, Mozilla e Safari, non con Internet Explorer)
Originario di Béthune, un piccolissimo paese della Francia, a due passi dal confine belga, Hugues Roussel ha perfezionato negli anni una tecnica fotografica sperimentata da pochissimi artisti nella storia della fotografia. Espone il negativo due volte, lasciando che luoghi diversi e luci si imprimano uno sull'altro. Così costruisce il progetto Inverse Landscape in cui il paesaggio urbano viene stravolto e la pellicola diventa una traccia visibile del supporto fotografico.

Foto di Hugues Roussel - Jungle City Series
Foto di Hugues Roussel - Jungle City Series

In quale galleria sogni di esporre?
Foto di Hugues Roussel - Jungle City Series
Non sogno una galleria in particolare, mi piacerebbe ritornare ad esporre a Parigi, dove avrei l'occasione di recuperare rapporti lavorativi e di amicizia, oltre a poter rivedere la mia famiglia. Conosco bene il mondo delle gallerie di Parigi ma so che potrei approfondirlo ancora. Più che una galleria sogno di esporre in un museo, perché è una struttura più aperta al pubblico e offre una visibilità più ampia. La Maison Européenne de la Photographie è senz'altro nella rosa dei miei musei favoriti. 

Hai viaggiato, vissuto e esposto le tue fotografie in diverse città d'Europa e del mondo (tra cui la Sohophoto Gallery di NY). Quale città oggi dà maggiore respiro alla fotografia sperimentale?
New York è da sempre la città più all'avanguardia, ricchissima di gallerie intraprendente e anticonformiste. In Europa invece Berlino è la città più aperta e interessata a questo genere di fotografia, fin dalla Bauhaus dei primi anni '20.

Come vedi il tuo lavoro? Come un reportage sulle città o come una riflessione personale sui luoghi?
In entrambi i modi. La tecnica della sovrapposizione di due scatti mi permette di far coesistere in un'unica immagine due tematiche diverse, due impressioni differenti che danno vita a qualcosa di completamente nuovo, a metà strada tra il reale e il surreale.

Per costruire le tue "doppie esposizioni" quanto conta la casualità e quanto uno studio premeditato?
La casualità è sempre stata una volontà personale. Potrei lavorare in modo molto diverso. Ho una Hasselblad, potrei realizzare degli scatti sovrapposti in modo molto preciso, senza lasciare niente al caso. Potrei prendere degli appunti, per sapere quale fotogramma corrisponde a quale luogo fotografato, così da decidere quale immagine sovrapporvi. Invece non lo faccio mai affinché il risultato sia una sorpresa anche per me.
Foto di Hugues Roussel - Jungle City Series
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Il tuo stile appare unico e immutato se si osserva tutta la tua produzione sul tuo sito web... ma so che ti stai mettendo alla prova con qualcosa di nuovo...
Fino al 2003 ho dipinto e ho utilizzato diverse tecniche fotografiche. Il mio sito non ospita tutta la mia produzione. Amici artisti e fotografi mi hanno suggerito di conservare un'impronta univoca e caratterizzante e quindi di non pubblicare fotografie più tradizionali che si discostano dalla tecnica della doppia esposizione. Attualmente sto portando avanti un progetto di reportage che mi è stato commissionato dal Comune di Saint Amand Les Eaux che è gemellato con il Comune di Tivoli. In questa occasione il mio lavoro sarà un reportage fotografico puro e tradizionale.
Foto di Hugues Roussel - Autoritratto "La Crise", 1998

I tuoi autoritratti del 1998 e in particolare La Crise I e II sono davvero interessanti. Cosa succedeva in quel periodo?
Era un periodo completamente folle. Stavo finendo i mie studi in Architettura a Parigi. Dipingevo, disegnavo, fotografavo e gestivo anche un'associazione culturale con alcuni amici. Organizzavamo letture di poesie, teatro, esposizioni, concerti. E' stato un periodo molto ricco, sia dal punto di vista della creazione che sul piano dei rapporti interpersonali. Quegli anni sono stati per me un'esperienza molto forte. L'entourage di cui facevo parte e tutto il mondo che esisteva intorno sono diventati troppo, mi hanno portato alla "Crise" e poi a maturare la volontà di lasciare Parigi ed arrivare a Roma.

Scatti ancora autoritratti?
Foto di Hugues Roussel_ No standing Series
Lo faccio ancora ma non sono più autobiografici come gli scatti sovrapposti di quegli anni. Viaggiando con la fotocamera basta un riflesso su un vetro, uno specchio, un'ombra per scattare una foto di se stessi. Credo che sia un gioco che tutti i fotografi facciano con se stessi.

Cosa senti mentre fotografi? Sei tu a dominare la città o è lei a dominare te?
Con Inverse Landscape sento che sono io a dominare la città, è il mio occhio a controllare lo spazio. Mentre quando realizzo un vero e proprio ritratto del paesaggio urbano è la luce della città a guidarmi.

Nel tuo lavoro, la figura umana e le persone hanno sempre un ruolo marginale, spesso non appaiono affatto. Dunque si può raccontare un luogo senza fotografare chi lo abita?
Certamente. Sono le persone a caratterizzare i luoghi e soprattutto gli spazi urbani. Io sono molto rispettoso nei confronti delle persone e sono anche abbastanza timido. Il che mi porta a mantenere sempre una certa distanza dalle persone invece di fotografarne il viso da vicino. Soprattutto in viaggio è molto difficile riuscire a 'restituire' la foto alla persona fotografata, cosa che per me è importantissima. Per questo le mie fotografie rappresentano gli individui nello spazio, dei quali però il volto non è leggibile.

Hugues Rousse_ Rome Series
Visto che sei uno dei pochissimi artisti che resiste in questa città, cosa ami e cosa odi di Roma?
Il primo elemento in assoluto che mi fa amare Roma è la luce naturale e in secondo luogo, direi, il caos. Mi riferisco ai contrasti che esistono in questa città, come tra campagna e città moderna, tra resti romani e architettura mussoliniana. Quello che non amo è l'inciviltà, la mancanza di rispetto da parte della popolazione romana verso la loro propria città e verso gli altri cittadini. Sul piano professionale, quello che spesso mi rende la vita difficile è la mancanza di professionalità da parte di critici, galleristi. Gli spazi espositivi per la fotografia e per l'arte in generale sono pochissimi e sono monopolizzati da una piccola élite di persone che creano un ambiente ristretto e non permeabile.

domenica 11 dicembre 2011

TIBURTINA FOTOGENICA


Immagini della nuova Stazione Tiburtina: il primo hub dell’alta velocità italiana, una galleria di vetro sospesa sui binari. Essenzialità e pregio architettonico


Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna
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Il 28 novembre 2011 è stata inaugurata la nuova Stazione Tiburtina di Roma, firmata dallo Studio ABDR Architetti Associati e progettata dall'architetto Paolo Desideri. Il progetto, vincitore del concorso internazionale del 2001, punta sull’uso di materiali minimali: acciaio, alluminio, vetro, pannelli cementizi, per un risultato di grande forza estetica, ma estremamente lineare.

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

























La nuova Stazione Tiburtina consiste in un norme parallelepipedo di vetro che sovrasta i binari della stazione e al cui interno trova spazio un boulevard urbano lungo 300 metri e largo 60, che collega i quartieri Pietralata e Nomentano. Dal soffitto scendono otto spazi sospesi, affascinanti e futuristici volumi interni. Lo spazio è particolarmente luminoso, colorato ed ampio.

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna












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La nuova stazione, dedicata a Cavour in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, è la prima di otto stazioni dell’alta velocità che apriranno nei prossimi anni a Torino, Bologna, Napoli, Reggio Emilia e Firenze. Come ha affermato anche il Presidente della Repubblica Napolitano il giorno dell'inaugurazione, la nuova stazione "è prova delle capacità innovative dell'Italia" ma rimangono ancora molte opere da realizzare tra cui la riqualificazione dell'area antistante la stazione che continua ad essere molto degradata.

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna













Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna

Stazione Tiburtina - Roma. Foto di Qamile Sterna