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martedì 15 maggio 2012

IL FUTURO ERA DONNA - Harri Peccinotti

[LA CORRETTA VISUALIZZAZIONE DI QUESTO BLOG è SU CHROME, SAFARI E MOZILLA, NON SU INTERNET EXPLORER]

Preferirei, miei cari lettori, portarvi sempre a conoscenza di un nuovo talento, di un fotografo contemporaneo dallo sguardo originale ma non ho potuto rimanere indifferente quando mi sono ritrovata d'avanti gli scatti 'grafici' di Harri Peccinotti. E' andata così: 3 anni or sono frequentavo una libreria di fotografia al civico 55 dello Scalo San Lorenzo a Roma dove per qualche tempo ha anche avuto sede il collettivo fotografico OnOff Picture. Lì seguivo un seminario sul reportage fotografico e quando arrivavo in anticipo alle lezioni mi fermavo a sfogliare i volumi in esposizione, centinaia di pagine e di immagini che sarebbero finite ad aleggiare nel mio subconscio fino ad oggi. Fu durante quello sfogliare rilassato che mi capitarono per la prima volta sotto gli occhi le immagini di Peccinotti: una teenager acqua e sapone che lecca un ghiacciolo rosa fucsia, un costume da bagno anni settanta che aderisce su un seno di ragazza, lasciandone intravedere il capezzolo turgido.

Foto di Harri Peccinotti

Qualche giorno fa, navigando nell'etere, mi sono imbattuta in un articolo sull'autore di quelle fotografie che non ho potuto non riconoscere: il fotografo e art director Peccinotti era raccontato su Musemagazine e così ho voluto ricostruire la sua vita e presentarvi il suo lavoro rivoluzionario, per l'epoca, ma che continua a influenzare l'immaginario collettivo della nostra generazione.
Foto di Harri Peccinotti
<<Amo la natura in tutte le sue forme. E le forme più belle, in questo mondo imperfetto, saranno sempre quelle delle donne>>. Così dichiarava apertamente Harri Peccinotti. Oggi, settantenne con lunga barba bianca, ieri, negli anni sessanta, fondatore e art director della rivista Nova, totalmente femminista e anticonformista. Londinese, nasce nel 1935, a 14 anni lascia gli studi per dedicarsi alla musica jazz con un trombone basso sotto braccio. Vira verso la fotografia commerciale realizzando copertine per libri e dischi fino a fondare ne 1965, con alcuni amici nel campo delle arti visive, una delle riviste più influenti degli anni Sessanta: Nova. In un periodo storico ancora pieno di tabù, in cui le riviste femminili insistevano sui temi della famiglia e della vita domestica, Peccinotti creò un magazine destinato alle donne A.A. "Above Average Income and Intelligence" (Reddito e Intelligenza superiori alla media).

Foto di Harri Peccinotti


















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La rivista trattava di filosofia, di sociologia, di politica, di femminismo e di libertà sessuale. La redazione era affollata di giornalisti baciati dal vento dell'emancipazione culturale, che sfornavano articoli provocatori e le immagini che venivano proposte su Nova raccontavano una donna che esercitava con disinvoltura il suo diritto alla libertà sessuale, attraverso un corpo imperfetto e proprio per questo terribilmente sexy. Per le fotografie non venivano mai utilizzate modelle professioniste ma donne normali, che si potevano incontrare per la strada o in ufficio e per la prima volta, donne di colore. <<Suonavo musica nei locali e sui palcoscenici c'era una multietnicità che è entrata in modo naturale nelle mie immagini>>, raccontava Peccinotti.
Con titoli di copertina come If you are a housewife (and bored by it), la sua rivista ha contribuito a sradicare le donne dalle cucine, dalle famiglie, dal focolare, dalle prigioni domestiche più asfissianti. Si racconta che una volta Harri Peccinotti comprò da un fotografo americano l’intera sequenza che ritraeva la moglie nell’atto di dare alla luce un bambino e la pubblicò. <<Abbiamo fatto sold out in dieci minuti>>, ricorda.
Harri ha lavorato come fotografo e come consulente fotografico per Elle, Vogue, Harper's Bazar, Flair, Vanity Fair, Rolling Stone, Queen e soprattutto per il settimanale francese Le Nouvel Observateur. La sua biografia è raccontata nel libro "H. P. Harri Peccinotti". 

Ad un osservatore di oggi le fotografie di Harri potrebbero sembrare scontate e banali, considerando il nauseabondo sovraccarico di immagini "sexy" a cui è sottoposto l'esemplare umano medio abitante della società occidentale. Tuttavia è stato lui a catturare per la prima volta su pellicola il lato sexy della vita di ogni giorno e la sensualità delle azioni quotidiane di ogni donna, reinventando completamente le allusioni al sesso e ribaltando l'immagine della donna casalinga e ubbidiente. Il suo stile è stato e rimarrà inconfondibile: scatti a distanza ravvicinata, intimi, grafici, composti a regola d'arte e naturali allo stesso tempo. <<Ho sempre fatto molti close up, perché penso che siano grafici, è come avvicinarsi. È l’aspetto grafico dell’immagine che la rende erotica, non il contrario>> diceva Peccinotti commentando il suo lavoro.


Le fonti di questo articolo: showstudio - musemagazine - ilSole24Ore

Foto di Harri Peccinotti























 Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti

Foto di Harri Peccinotti





lunedì 9 aprile 2012

Mangia, prega, fotografa. Intervista a Cristina Capucci - Quando il portfolio è un diario

Cristina Capucci si ferma, respira e si mette in ascolto. Così sente le vibrazioni della natura che la circonda, stabilisce un contatto con il suo soggetto attraverso un'empatia silenziosa, entra in sintonia con la luce e l'ambiente e solo allora scatta una fotografia. Viaggia. Che si trovi in una metropoli cinese o in un bosco in Russia, registra le sue sensazioni e le porta con sè, traducendole in immagini calde, avvolgenti e ariose. 
Foto di Cristina Capucci


Raccontaci la tua esperienza in Cina (vedi Bio di Cristina C. a fondo pagina)
La mia esperienza in Cina ha coinciso con un momento particolare della mia vita perchè si stava risvegliando in me un forte interesse per la medicina naturale e la spiritualità e stava iniziando la mia carriera da fotografa. La Cina rappresentava un un ambiente incontaminato dal punto di vista delle possibilità sia lavorative sia di espressione. Grazie ad una serie di contatti virtuali che mi ero costruita prima di partire, una volta lì sono riuscita ad entrare in un network fino a ricoprire per un periodo il ruolo di supervisor dei serivizi fotografici per Elle China: mi trovavo sul set e controllavo che il lavoro venisse svolto nel modo giusto. Si trattava, più che di una direzione creativa, di una "direzione operativa". In Cina ho scattato molti cataloghi, ho lavorato per Aquascutum e per altri marchi già noti.
Foto di Cristina Capucci








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Cosa dici ai tuoi modelli sul set mentre scatti? Come crei una sintonia con loro? 
Quando scatto cerco sempre di andare oltre all'immagine fisica del modello. Non dico: "Muoviti" o "Stà serio" o "Arrabiati" ma provo a comunicare uno "Smile Inside" per vedere la luce e il potenziale che esce dalla persona. Provo a trasmettere sentimenti positivi per suscitare nel modello una gioia naturale che poi si traduce nella trazione che si prova quando si guarda una fotografia riuscita, un ritratto che ha una serenità di fondo. Molte delle mie fotografie sono scatti estemporanei rubati mentre il modello si sta muovendo. Chiedo di creare un movimento e poi catturo il momento giusto, cioè quando dimentica l'imbarazzo e la posa ed emerge la parte più naturale della sua personalità. Mi piace riuscire a creare ritratti nelle foto di moda impostate, sempre giocosi e un po' surreali.
Foto di Cristina Capucci
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Quali sono le commissioni che preferisci realizzare?
Sicuramente gli editoriali, nei quali posso esprimermi liberamente.
Fashion editors con cui ami lavorare?
Matteo Greco ha un grande talento ed è sicuramente uno stylist in crescita.  Oltre ad essere un caro amico, con lui ho realizzato la maggior parte dei miei servizi 'uomo'. Con  Ivan Bontchev, fashion editor di URBAN Magazine, mi trovo benissimo, mi sento completamente libera, e il lavoro si trasforma in una bella giornata tra amici. Ultimamente ho scattato per Interview Russia con Viviana Volpicella e confrontarmi con una professionista di alto livello mi ha emozionato moltissimo e mi ha dato la carica per proseguire con sempre più entusiasmo nel mio lavoro.  
Foto di Cristina Capucci

Progetti per il futuro?

Come fotografa, continuare così, giorno dopo giorno. In questo settore mi sono accorta quanto sia importante stare bene ancorata con i piedi per terra anche mentre 'surfi l'onda'. Per me è fondamentale portare avanti un lavoro su me stessa e uno sul piano professionale. Da un anno ho trovato il tempo di iscrivermi all'università in Naturopatia e Pranoterapia, discipline che mi interessano da sempre, che mi aiutano a 'staccare' e che mi permettono di conservare la mia personalità anche nel mondo della moda e della fotografia. Uno dei miei sogni è di poter avere un giorno uno spazio in mezzo alla natura dove poter applicare queste conoscenze sia sulle persone sia in campo veterinario. Si può dire che sto portando avanti la mia vita su questi due binari di cui uno sostiene l'altro.

Foto di Cristina Capucci
Foto di Cristina Capucci
Se io ti regalassi un biglietto aereo con destinazione aperta e un mese a disposizione, dove andresti?
Sempre a New York. C'è talmente tanto da fare! Quando sono lì ho la sensazione che ci sia una città invisibile sopra New York fatti di angeli! E' veramente la città delle possibilità, le persone sono aperte e mi sento sempre a casa ogni volta che ci vado. Una volta mi hanno commissionato un servizio fotografico quando ero ancora in aeroporto e sono riuscita ad organizzare lo shooting in poco meno di tre giorni! New York mi dà una carica e un'energia che riesco a portare con me anche quando torno a Milano e vorrei poterci tornare più spesso. 
La rosa dei tuoi fotografi preferiti.
Mario Testino è stato il fotografo che mi ha fatto innamorare della fotografia di moda e che mi ha più ispirato agli esordi.  Venetia Scott, Bruce Weber sono senza dubbio i miei preferiti. 
Cosa ti ispira?
Le mie 'visioni' e le mie esperienze di vita. Le immagini che creo rispecchiano i sentimenti che sto provando in un determinato periodo. E' come se il mio portfolio fosse il mio diario personale. 

Come si è instaurata la tua collaborazione con Vogue Russia?
Ero agli inizi. Solo da sei mesi lavoravo come professionista e di ritorno da Shanghai incontrai la mia famiglia all'aeroporto di Mosca. Mi trovavo li come turista, ma decisi di presentarmi a Vogue Russia e cercai di farmi ricevere dalla fashion editor. Non riuscii ad avere un appuntamento, ma lasciai comunque il mio portfolio alla reception della redazione...

 Che cosa è indispensabile per scattare una fotografia che sia comunicativa e che colpisca?
Ascoltare. L'ascolto della sensazione in quel momento. Fino a vedere l'immagine ancor prima di averla scattata.


Foto di Cristina Capucci

Bio
Nata a Como, studia Scienze della Comunicazione, laureandosi con una tesi sul Marketing Esperienziale negli Ambienti Online e Master in Advertising all'Istituto Europeo di Design. Dopo diversi anni di lavoro nell’ azienda di famiglia nel settore della moda, ricopre il ruolo di Responsabile della Comunicazione e successivamente quello di Responsabile della Produzione e Acquisti nei mercati asiatici con un focus specifico sulla Cina e sull’India. Si trasferisce in Cina dove collabora con diversi fotografi e come Assistente
alla Direzione Creativa per Elle China, lavorando per marchi come Aquascutum e l'Oreal. Decide quindi di dedicarsi totalmente alla fotografia.
I suoi scatti sono stati utilizzati per copertine di pubblicazioni varie in Italia e all’estero e per numerosi lavori commerciali: Ralph Lauren(advertorial), Aquascutum, Extyn Italia, Christian Pellizzari, Intenzioni – Bologna, Shopping Guide Moscow, Vogue Russia, Urban Magazine (RCS), Slurp Magazine, Nylon Mx Magazine, Contributor Magazine, New wave Magazine - TO2W, MODELS.COM, Neo 2, Essential Homme e Interview Russia.
Foto di Cristina Capucci
Foto di Cristina Capucci
Foto di Cristina Capucci
Foto di Cristina Capucci
Foto di Cristina Capucci
Foto di Cristina Capucci


Foto di Cristina Capucci
Foto di Cristina Capucci

sabato 3 marzo 2012

WHO IS Stefano Pedretti - La distanza colmabile tra art direction e fotografia pubblicitaria

Da inconcludente cronico a free lance camaleontico. Stefano Pedretti passando prima per l'architettura, per la grafica e l'art direction approda alla fotografia con un bagaglio di esperienza visiva invidiabile. Oggi scatta le pubblicità dei maggiori brand italiani. Adora sporcarsi le mani, i lavori a "più teste" e a quattro mani. <<Non riesco a lavorare senza avere la passione per quello che faccio>>.
Foto diStefano Pedretti
Foto di Stefano Pedretti

















 
A che età hai preso in mano la macchina fotografica?
Tra la seconda e la terza media, da ragazzino, ma il costo dello sviluppo dei rullini era così alto che mi fece passare la voglia e abbandonai per qualche anno. Ho ripreso a fotografare quando hanno inventato le compatte. Sono così comode, potevi portarle in tasca. A volte penso che sia un paradosso che io sia diventato un fotografo perchè non ho quel tipo di background che accomuna i 'veri' fotografi e non ho mai passato molte ore in una camera oscura.

Foto di Stefano Pedretti
Il tuo percorso professionale è davvero variegato. Come sei saltato da un ruolo all'altro?
Sono iscritto alla facoltà Architettura dal 1994, quest'anno, per rendere ancora più movimentata la mia vita, ho deciso di laurearmi e per farlo devo 'solo' dedicarmi alla tesi. Ufficialmente ho lasciato l'università nel 1999, quando mi mancavano una decina di esami alla laurea. Ho continuato a dare qualche esame mentre lavoravo, fino ad oggi. Architettura è un corso di studi davvero interessante, peccato che sia contestualizzato nella pessima organizzazione de La Sapienza (vedi i dati a fondo pagina). In ogni caso durante gli anni dell'università ho conosciuto persone straordinarie, una classe di trenta studenti che passavano intere giornate insieme (la facoltà di Architettura prevede l'obbligo di frequenza) e che ora sono tutti architetti. E' stato con loro che il mio percorso professionale e di vita ha visto una prima deviazione: con un collega e amico dell'università ho iniziato a cimentarmi nella grafica e nell'art direction. 
 
 Ma l' art direction è uno sbocco professionale che un architetto può tenere in considerazione o è una branca troppo distante?
Bhè, è decisamente qualcosa di molto diverso. Io mi sono dato alla direzione artistica perchè come per un bambino che trova un giocattolo nuovo, la mia attenzione è stata catturata da questa 'nuova' disciplina. Ho scoperto la grafica, la comunicazione, ho iniziato a studiarle come autodidatta fino ad aprire uno studio con il mio amico dove svolgevamo lavori per privati e committenze medio-piccole. Dopo un anno come free lance sono stato assunto da Saatchi & Saatchi.
Foto di Stefano Pedretti (Stefano Pedretti è quello a destra)

Com'è stata l'esperienza da Saatchi & Saatchi?
Come un'altra università. Ho imparato come si lavora all'interno di una grande agenzia. L'esperienza è stata molto bella soprattutto perchè il team con cui lavoravo era fantastico.

Cosa ti piaceva del lavoro da art director in agenzia?
Mi piaceva sporcarmi le mani, giocare, gestire il processo creativo. Detestavo ricoprire ruoli manageriali perchè tutto questo non faceva più parte delle mie mansioni.

Foto di Stefano Pedretti
Da art director a fotografo. Come è successo?
Foto di Stefano Pedretti
 Il passaggio dall'architettura all' art direction è stato come quello successivo, dall'art direction alla fotografia. Sono materie diverse ma la distanza tra loro è colmabile. Non me la sento ancora di dire <<faccio il lavoro più bello del mondo>> ma sento che sto continuando il percorso professionale che mi porterà a fare quello che davvero mi piace. Per spiegare il mio modo di vivere e di sentire, in ambito professionale, uso sempre la similitudine di quando due persone si conoscono e si innamorano: nel primo periodo saranno iperattivi, iper-generosi, super-romantici, trasportati dalla passione e dalla curiosità. Poi inevitabilmente inizia un nuovo periodo in cui l'euforia finisce e, anche se tutto va bene, si inizia a sentire il peso delle cose e c'è bisogno di più impegno. Quando arrivo a questo punto vuol dire che mi sono stufato e che devo cambiare. Questo meccanismo mi appartiene fin dai tempi della scuola! Alla fine del quarto liceo ho mollato tutto e ho dato l'esame di maturità da privatista. Penso che quando si ha un obiettivo, la cosa più importante è ciò che si fa durante il percorso che ci avvicina a quell'obiettivo e penso anche che questa 'inconcludenza cronica' che mi accompagna da sempre sia il mio più grande motore: non riesco a lavorare senza avere la passione per quello che faccio.

Come ti vedi oggi?
Piuttosto bene, è nei periodi di crisi che l'ingegno delle persone dà il suoi migliori frutti e in cui si fondono discipline diverse per dare risultati nuovi. Non avrei mai potuto reggere psicologicamente questa recessione economica lavorando all'interno di un'agenzia. Come libero professionista, avendo diversi clienti e diverse collaborazioni, si respira di più.

Stefano Pedretti - sito web - linked in - facebook

Foto e elaborazione grafica di Stefano Pedretti

Foto di Stefano Pedretti
Foto di Stefano Pedretti

mercoledì 21 dicembre 2011

Il fotografo della Fifth Avenue - Bill Cunningham


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Durante il mio recente soggiorno a New York raccoglievo metodicamente volantini, bigletti da visita, flyer e confezioni di fiammiferi da bar e ristoranti. In questo modo non mi è stato difficile trovare qualcosa da fare, conoscere date e luoghi dei prossimi vernissage, delle inaugurazioni di negozi e scoprire la programmazione di cinema e sale da concerto. Fu così che un giorno mi sono ritrovata in tasca la locandina dell'IFC (l'International Film Center) che elencava i titoli dei documentari proiettati in quelle tiepide giornate di ottobre.
























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Per ben 13 dollari (nessuna riduzione per studente - under 26 - turista - appassionata - squattrinata), all'ingresso del vecchio multisala, ho ricevuto un biglettino con su scritto Bill Cunningham - New York.
In effetti, nella piccola sala, ho notato subito di essere l'unica under 26, a parte la giapponesina seduta accanto a me che dopo un'oretta ha abbandonato la sua poltrona.


Tra le strade perpendicolari e grige che disegnano la griglia di Manhattan, tutti sanno chi è Bill Cunningham. E' uno di quei personaggi che ha contribuito a costruire la leggenda di New York. In pochi però conoscono la sua storia per intero: omosessuale, proveniente da famiglia tanto agiata quanto cattolica, rifiutato e allontanato dal padre, Bill per non affondare nella disperazione decise di affondare nella passione per la moda e per i tessuti. Prima di scegliere la via della fotografia Cunningham aveva aperto una casa di moda con un'amica. Disegnavano cappelli. 

Da circa sessant'anni invece, Bill fotografa (inesorabilmente con macchina analogica) i pedoni della Fifth Avenue. Non tutti, solo quelli che lo meritano. Solo quelli che indossano capi d'abbigliamento stravaganti, eccentrici, che siano alla moda o controcorrente. Cunningham infatti, che oggi ha tutti i capelli bianchi ed è  fotografo di moda da diversi decenni, non ha mai scattato in una sala di posa ma sempre e solo all'aperto, tra le streets e le avenue, sfruttando la luce riflessa dai grattacieli così come le loro ombre taglienti.




Il documentario, davvero ben fatto, realizzato dai ragazzi della Zeitgeist e uscito a marzo di quest'anno, racconta in dettaglio la giornata di Bill: suona la sveglia e Bill si alza dalla sua misera brandina in un grande appartamento in un grattacelo di Manhattan. Il resto della casa è abbondantemente occupato da scaffali, cassetti e archivi di varie sembianze che hanno tutti lo scopo di conservare in modo ordinato i milioni di rullini scattati negli anni. Inforca la bicicletta (gliene hanno rubate 28 in sessanta anni), passa a ritirare le stampe al negozio di foto dietro l'angolo e poi pedala ad andatura rilassata fino all'angolo tra la 45esima e la Quinta.




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Può sembrare un pazzo, in piedi lì all'angolo, sia che nevichi sia che ci sia il sole, mentre lo sciame frenetico di persone gli passa a fianco, lo urta, lo ignora. Lui aspetta che passi il soggetto giusto (una gonna a pieghe, un foulard una borsa colorata) e rapidissimo lo fotografa. Dopo ore e ore passate così mangia un toast in un fast food e solo a fine giornata passa nella redazione di una delle molte riviste per cui ha lavorato per esaminare negativi ed eventualmente consegnarli per la stampa. Bill Cunningham non ha mai ricevuto una ricompensa in denaro per il suo lavoro di fotografo, né dai suoi soggetti, né dalle riviste.



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Il personaggio che emerge dal documentario è sì quello di un uomo leggendario, fuori dal comune ma anche quello di un uomo solo, introverso, ossessivo, fragile e dall'animo buono.
Se vi capitasse di fare un viaggio a New York e di vedere all'angolo della strada un vecchietto con una giacca blu da portantino e il berretto, che fotografa i passanti, vi prego di fermarvi, di dirgli "Hi Bill" e dargli un bacio sulla guancia da parte di Qamile Sterna.  



Al New York Times Bill ha detto di se stesso: "I STARTED photographing people on the street during World War II. I used a little box Brownie. Nothing too expensive. The problem is I'm not a good photographer. To be perfectly honest, I'm too shy. Not aggressive enough. Well, I'm not aggressive at all. I just loved to see wonderfully dressed women, and I still do. That's all there is to it".

Ecco il trailer del documentario -



Ecco due link ad articoli del New York Times che recensiscono il documentario.

martedì 8 novembre 2011

David Lachapelle: "Penso di essere un Work-in-Progress"

Photo - David Lachapelle
Esplorando le pile di riviste che della mia coinquilina che occupano il mio bagno di NY, ho riesumato un vecchio numero di MUSE - The Fashionart Magazine. Non potevo crederci, questa rivista è interamente bilingue, italiano e inglese, l'editor in chief nel 2007 era Fabio Corvi e viene stampata in Italia.

A pagina 88 del numero Autunno 2007, un'intervista a David Lachapelle mi ha fatto scoprire qualcosa del celeberrimo fotografo che non sapevo. Riporto qui qualche passaggio e ritaglio:

Photo - David Lachapelle
Giornalista - Quando hai iniziato lavoravi con il bianco e nero, poi il colore è diventato una delle essenze del tuo lavoro: quando è avvenuto un cambiamento tale?

Il momento in cui passai al colore fu quando mi resi conto di non avere l'HIV. Fu come togliersi un peso di dosso perchè quando avevo diciannove anni avevo visto il mio primo compagno morire di AIDS; lui ne aveva ventiquattro, per anni pensai che sarei morto nello stesso modo. Tutto era in bianco e nero all'epoca, non riuscivo a pensare a colori...ogni cosa allora mi sembrava molto seria. Le mie prime immagini di quel periodo soo in bianco e nero, sono cupe e scure; per sei anni sono andato avanti così, a stampare in camere oscure a New York. Pensavo che il mio tempo nel mondo fosse limitato. Lavoravo sodo ma con questo peso sulle spalle e ogni volta che mi sentivo male, ogni volta che tossivo o che mi trovavo un livido pensavo 'Ecco, ci siamo'. Fu quando scoprii di essere negativo al test che cominciai a lavorare con il colore, a traboccare di colore. Se ci ripenso, lo vedo con chiarezza. Allora non mi resi conto di cosa stava succedendo, che quello era il mio modo di reagire ma se guardo indietro nel tempo vedo bene che cominciai a usare il colore nello stesso periodo in cui mi resi conto che sarei vissuto.[...]
Photo - David Lachapelle


"Credo che lo scopo delle mie foto fosse di offrire una via di uscita dalla pesantezza dell'epoca in cui vivevo (Lachapelle è nato nel 1963) e del mondo in generale. Volevo fare delle foto che fossero fantastiche, che portassero chi le guardava in un altro mondo, più vivido. Cominciai con quest'idea".[...]

"Da sempre amo l'opera di Michelangelo e ne ho tratto ispirazione fin dall'inizio della mia attività. So che può sembrare strano perchè io sono quello che faceva le foto a Pamela Anderson e a Paris Hilton. Ma io mi limitavo a registrare il mondo in cui vivevo, e la gran parte di quelle foto per me era lavoro, facevo quello che potevo. A questo punto ormai, ho detto tutto quello che volevo dire in termini di cultura popolare sulle riviste e voglio produrre opere solo per le gallerie, tornando da dove ero partito, nel 1984, con la 303 Gallery.

Photo - David Lachapelle


Photo - David Lachapelle


























Fin da bambino ho sempre desiderato essere un artista, a ogni costo, non volevo diventare una specie di uomo d'affari. E questo mi ha fatto sentire autorizzato a non finire la scuola, a non seguire le lezioni di matematica, perchè fin da giovanissimo sapevo che sarei diventato un artista. Volevo lavorare solo per le gallerie e ora ricomicio da capo, dalle gallerie. Ora è l'unica cosa che io possa fare. Non sono più innamorato delle idee che avevo cinque o dieci anni fa. 
Dal 1995 al 2005 ho tentato di fotografare quante più persone potessi, volevo registrare tutto. Avevo iniziato con l'intenzione di fare a ciascuno una foto che fosse 'la' foto in grado di rappresentare la propria vita. Più tardi, al passaggio del millennio, ho tentato di fotografare il decennio e le ossessioni di quella cultura e del nostro tempo. Anche se si trattava di fantasie esagerata, quello era ciò che succedeva nel mondo".




David Lachapelle: sito1, sito2

David Lachapelle

Photo - David Lachapelle